Il Ghiaccio Del Diavolo
QUOTA 2758
2758 m
PIZZO DELL'OMO
2773 m
Alpi - Alpi E Prealpi Bergamasche - Alpi Orobie
Dopo aver riempito gli occhi della grandiosità panoramica e geologica del Pizzo Suretta nel mese di agosto, un vecchio tarlo è tornato a farsi strada nella mia mente.
Insieme alla mia compagna Daniela, ho deciso di tentare l'ascesa al Pizzo dell'Omo, 2773 metri.
Dal giorno in cui avevo calcato la vetta del vicino Pizzo del Salto, circa due anni prima, avevo agognato questa cima selvaggia delle Alpi Orobie, attratto dal suo ambiente ostico e da un avvicinamento che sa di fatica antica.
Ci tenevo profondamente: significava chiudere il cerchio, completare finalmente l'ascesa di tutte le cime che fanno da corona al Pizzo del Diavolo di Tenda, il monarca della mia Valle Brembana.
L'organizzazione si è subito scontrata con l'incertezza, componente essenziale dell'alpinismo di ricerca.
Le poche relazioni scovate difettavano di chiarezza sulla sezione tecnica finale, rese obsolete dal ritiro di quel Ghiacciaio del Diavolo che un tempo ne fasciava la base, costringendo oggi a ridisegnare la via.
I miei dubbi erano alimentati da descrizioni vecchie di almeno dieci anni, incapaci di restituirmi il volto attuale della parete.
I medesimi, pesanti interrogativi gravavano sull'avvicinamento.
La maggior parte delle relazioni partiva da Ambria, in Valtellina, l'accesso più logico e diretto.
Dal versante brembano, invece, la scelta si riduceva a due possibilità: la Bocchetta di Podavit o il Passo di Cigola, quest'ultimo con uno sviluppo infinitamente più lungo ed estenuante.
Parlando con un conoscente, lo stesso che mi aveva dato consigli per l'ascesa al Pizzo Rondenino, sono venuto a sapere che già vent'anni prima, al suo passaggio, la Bocchetta di Podavit presentava un tratto attrezzato con catene marce, necessarie per superare un discreto dislivello e raggiungere il ghiacciaio.
Con il respiro dei ghiacci ormai svanito, avrei trovato certamente ad attendermi un salto di roccia non trascurabile.
Nelle mie ostinate ricerche in rete ero riuscito a scovare una vecchia immagine di quella linea di discesa: una stretta cengia diagonale, satura di sfasciumi, sospesa nel vuoto e che calava direttamente sul ghiacciaio.
Il calore feroce patito in questa estate ha fugato ogni indugio, spingendomi a scartare l'idea di un passaggio dalla Bocchetta di Podavit.
Accettando la durezza di un itinerario che si preannunciava infinito, ho preso la decisione di partire dal paese di Carona, risalire al Passo di Cigola e da lì traversare sotto le scure pareti nord del Monte Aga e del Pizzo Rondenino, per poi fare il nostro ingresso nell'anfiteatro che custodisce il Ghiacciaio del Diavolo.
Siamo partiti come da programma alle sei del mattino, con l'oscurità tagliata solo dal fascio delle nostre frontali.
Guadagnato rapidamente il Passo di Cigola, ci ha accolto una famiglia di stambecchi, in gran parte giovani.
Uno di questi, nel balzare su una roccia, ha perso aderenza con la zampa posteriore: un piccolo inciampo da cui imparerà in fretta quel passo assoluto e infallibile che noi umani non possiamo che invidiare, intrusi a casa loro.
L'incertezza meteorologica dell'alba si era arresa a un cielo terso, mentre sotto di noi un mare di nuvole conferiva al paesaggio un respiro fiabesco e, al tempo stesso, imperscrutabile.
Negli anni passati eravamo saliti fin qui per l'ascesa alle vette del Monte Aga e del Pizzo Di Cigola, ma oltre questo confine, per noi, si spalancava l'ignoto.
Appena valicato il passo, la montagna ci ha mostrato il suo volto ruvido.
Mi ero figurato una calata su balze erbose, invece ci siamo scontrati con un'immensa e severa distesa di ghiaione ripido.
Esaurita una prima traccia evidente, abbiamo inseguito rari bolli di vernice che, di lì a breve, si sono dissolti nel nulla.
La discesa è stata allora affidata all'istinto, calando dritti lungo la linea di massima pendenza per divorare il dislivello il più in fretta possibile.
Sospesi sopra il tetto di nuvole, avvertivamo il timore palpabile di finire inghiottiti dalle nebbie e perdere ogni riferimento.
Speravamo che la picchiata si interrompesse presto, ma l'imponente spalla che scende dalla Corna D'Ambria ci ha costretti, inesorabilmente, a toccare il fondo della vallata, bruciando 600 metri di quota.
Consultando il mio orologio Garmin, i numeri erano una sentenza: quota 1800 metri, ascesa già accumulata 1300.
Con circa mille metri ancora da scalare per giungere sul Pizzo Dell'Omo, ho avuto la lucida consapevolezza che la nostra giornata si sarebbe dilatata a dismisura.
La mia unica speranza si aggrappava alla Bocchetta di Podavit: speravo di trovarla in condizioni tali da permetterci la risalita al ritorno, pur di non dover ripercorrere in salita quell'estenuante abisso di 600 metri appena disceso.
Ritrovata la traccia per il Ghiacciaio del Diavolo, lottando contro un terreno ripido e infido, siamo giunti all'attacco della morena detritica che fa da piedistallo al Pizzo dell'Omo.
Alzare lo sguardo in quel punto è stato uno schiaffo emotivo talmente travolgente era la bellezza del luogo.
Pareti immense e verticali, cattedrali di roccia serrate in un unico formidabile abbraccio: un colpo d'occhio raro per queste zone delle Alpi.
In quell'istante ho sentito vibrare sulla pelle l'isolamento assoluto, consapevole di trovarmi in uno dei recessi più selvaggi e remoti delle Orobie.
Il pensiero è corso al primo salitore del Pizzo del Diavolo di Tenda che, nel lontano 1870, era passato esattamente di qui: stavo calpestando, senza ombra di dubbio, le sue stesse orme.
Questa trama invisibile della storia mi ha emozionato, accendendo quel rispetto silenzioso e reverenziale che nutro per i pionieri dell'alpinismo.
Sfiancati dalla pendenza, siamo giunti al cospetto di ciò che resta del Ghiacciaio del Diavolo, sovrastati dalle ombre colossali del Pizzo del Diavolo di Tenda e del Pizzo Rondenino.
L'istinto di conservazione ci ha spinto subito a scrutare l'enorme muraglia della Bocchetta di Podavit, in cerca di quella cengia che ci avrebbe garantito un comodo ritorno.
Ma l'illusione è durata un attimo.
Il ghiacciaio si era ritirato con tale ferocia da lasciare un salto di roccia insormontabile.
Un vecchio cordino penzolava nel vuoto; era evidente che, pure forzando in qualche modo il passaggio, saremmo sbucati su una placca quasi verticale, ricoperta per intero da detriti.
La Bocchetta di Podavit era totalmente impraticabile.
Abbiamo compreso immediatamente, con amara rassegnazione, che nel bilancio delle nostre energie dovevamo calcolare il lungo e sfibrante calvario del Passo di Cigola con i suoi 600 metri di dislivello.
Con un'ombra di sconforto nell'animo, ci siamo portati sotto i canali di accesso al regno del Pizzo dell'Omo.
Avevamo un paio di fotografie prese online come unica bussola per decifrare i passaggi.
Fin dai primi metri l'ingaggio è stato totale: arrampicata su salti di roccia resi infidi da un'emorragia costante di detriti.
L'attenzione si è fatta affilata per scongiurare qualsiasi scivolata su quelle ghiaie traditrici.
Ogni blocco superato richiedeva una lucida ipoteca sul futuro: bisognava valutarlo subito, chiedendosi se saremmo stati in grado di disarrampicarlo al ritorno.
L'unica zona evidente di quel versante era la Bocchetta del Diavolo, punto di raccordo tra l'anticima del Pizzo dell'Omo e il Pizzo del Diavolo di Tenda.
Utilizzata in passato per l'ascesa, mostrava ora, per via del ritiro glaciale, un'alta parete liscia e totalmente inaccessibile.
Navigando in questa spessa coltre di incertezza, ci siamo ritrovati alla base di un canale.
A dirci che eravamo nel posto giusto era unicamente una foto trovata la sera precedente durante le ultime spasmodiche ricerche.
L'adrenalina pompava densa nelle vene, complice il lungo avvicinamento che aveva eroso il tempo per studiare la via con raziocinio.
Quell'ambiente primordiale, la fatica stratificata e l'incognita totale dei passaggi ci avevano lasciato addosso un'agitazione ruvida e persistente.
Sono partito all'attacco del canale ma, poco dopo, la via mi era sbarrata.
Un enorme masso caduto dall'alto si era incastrato perfettamente, chiudendo il passaggio.
Riposava stretto tra un muro verticale sulla sinistra e una placca avara di appigli, leggermente inclinata, sulla destra.
È bastata un'occhiata per comprendere la gravità del momento: il blocco poggiava in un equilibrio irrazionale e precario, gravato dal peso di molto sfasciume caduto a monte.
I minuscoli appigli disponibili e la precarietà di quella ghigliottina di pietra mi hanno fatto desistere dal tentarne il superamento.
Il rischio era troppo alto.
Consultandoci, abbiamo esplorato orizzontalmente, per quanto possibile, quel lembo di parete.
Sulla sinistra ho individuato un altro canale, anch'esso un colatoio infame di sfasciumi.
Dal basso mi sembrava di intuire una piccola cengia che, forse, avrebbe permesso un'agevole salita verso l'alto.
L'ho raggiunta, scontrandomi con la dura realtà: il terreno era troppo verticale.
Forse fattibile, ma non sapendo minimamente se lo sbocco fosse corretto, non valeva la pena rischiare così tanto per trovarsi potenzialmente sul percorso sbagliato.
Con movimenti lenti e calcolati sono ridisceso alla base dei canali, dove Daniela mi ha comunicato la sua saggia, seppur amara, decisione di abortire la salita a causa della pericolosità del terreno.
Masticando la frustrazione per non aver saputo decifrare la montagna, ho voluto risalire il primo canale per un ultimo, ostinato sguardo prima della ritirata.
Mi sono ritrovato nuovamente lì, sotto al masso incastrato.
Un suo distacco mi avrebbe letteralmente schiacciato.
L'occhio, fattosi acuto, ha colto una tacca orizzontale sulla parete di destra, perfetta per l'appoggio del piede.
Subito sopra ho scorto una piccola fessura che prima mi era sfuggita, sembrava intagliata proprio per accogliere una mano.
Senza il filtro del ragionamento – e di questo non me ne vanto, poiché l'azzardo di quell'istante è stato oggetto di severa autoanalisi per tutta la discesa – la mia mano destra ha afferrato la fessura, il piede è scattato in automatico nella tacca e, senza avvertire lo sforzo, mi sono librato sopra al masso.
In quel momento, in mente avevo solo la figura di Paul Preuss, di cui avevo finito di leggere la biografia pochi giorni prima.
L'impatto con la realtà è stato raggelante.
L'assurda condizione di precarietà in cui riposava il blocco si è svelata in pieno: a sostenerlo c'erano soltanto due minuscole porzioni di roccia, ridotte a schegge di limitato spessore forse a causa dello schianto originale.
Ho liberato all'istante il masso dal mio peso e ho urlato a Daniela di essere passato.
Le ho chiesto di avvicinarsi per darmi supporto, forse un bisogno puramente psicologico, ma le ho intimato con durezza di uscire dalla traiettoria di scarico del canale.
Solitamente, quando intuisco che la difficoltà può essere risolta con semplici passi di arrampicata, la sprono sempre per farla procedere insieme a me; stavolta non ho proferito parola.
Il terreno era in una precarietà tale che l'incolumità non obbediva alla nostra tecnica, ma alla conformazione marcia della montagna, e quindi totalmente fuori dal nostro controllo.
Mi ha confermato che mi avrebbe aspettato, rammentandomi che in alto mi avrebbero atteso ulteriori incognite non bene definite.
Con un peso d'ansia nello stomaco, ho scrutato il canale superiore, intasato di detrito in misura ancora maggiore.
Ho ripreso a scalare spinto da una curiosità pura, irrazionalmente convinto che non sarei riuscito in alcun modo a raggiungere la vetta.
Poco dopo, l'orizzonte si è spezzato sulla cresta di collegamento col Pizzo del Diavolo di Tenda: ero nel posto giusto.
Ho provato a comunicare con Daniela, ma già non riusciva più a sentirmi.
Facendomi coraggio, immerso nell'incognita più totale, ho superato delle rocce in cresta e mi sono scontrato con la muraglia bianca dell'anticima del Pizzo dell'Omo.
Una parete inscalabile per le mie capacità, totalmente a picco sul vuoto.
Ho deciso di aggirare l'ostacolo sul lato opposto e, dopo pochi passi, è apparso un piccolo ometto di pietre: l'unico, solitario segno umano sull'intera montagna.
La silenziosa certezza che procedevo nel giusto.
Ho guardato il Garmin: mancavano 50 metri.
Ho imboccato un canale di rocce verticali e l'ho scalato in velocità, senza più guardarmi attorno e azzerando le domande.
Volevo solo sbucare in alto per ritrovare il segnale vocale, rassicurare Daniela e assicurarmi che fosse in sicurezza.
Senza quasi rendermene conto ho calpestato l'anticima del Pizzo dell'Omo, primo traguardo di giornata.
Non ho fatto in tempo a gioire che, voltandomi, mi si è parata davanti la cima principale.
Non somigliava alle fotografie delle relazioni: appariva molto lontana e avrebbe preteso ancora molto tempo per raggiungerla.
L'unico sollievo era la promessa di un terreno che ora doveva farsi più semplice.
Ho riprovato a urlare verso il basso.
Dopo svariati tentativi, la voce di Daniela è arrivata: era posizionata esattamente sotto la verticale dell'anticima.
Le ho gridato che stavo bene, che avrei tentato la cima principale ma che ci sarebbe voluto del tempo.
Ottenuto il suo consenso, un'ansia feroce per averla lasciata sola mi ha proiettato in avanti, giù verso la vetta del Pizzo dell'Omo.
Ho disceso un tratto di roccia solida e ben appigliata, ho guadagnato la base della cuspide terminale e sono salito con passo incalzante.
Ero su.
Ho rispettato il mio rito personale, ringraziando e salutando la cima; poi, di corsa, sono volato a ritroso verso l'anticima, ignorando la valutazione del percorso, ignorando le difficoltà.
Solo comunicando a Daniela che stavo tornando, la calma – per la prima volta da quando avevamo abbandonato il Ghiacciaio del Diavolo – è scesa su di me.
Ripercorrere i passaggi si è rivelato ostico: la foga febbrile della salita mi aveva impedito di memorizzare la via, obbligandomi a interrogare la traccia GPS registrata all'andata per ritrovare l'imbuto corretto.
Con lentezza e grande difficoltà mi sono calato all'altezza del masso incastrato, sfiorandolo col terrore di caricarne il peso.
Guidato dai richiami di Daniela dal basso, ho intercettato le tacche alla cieca e mi sono sfilato dal passaggio.
La tensione si è allentata, eppure l'agitazione mi impediva ancora di assaporare a pieno il raggiungimento della cima.
L'esplorazione aveva bruciato due ore preziose.
Per questo motivo ci siamo riportati subito sulla via del ritorno, senza accordarci il privilegio di una pausa.
Abbiamo provato a seguire fedelmente il sentiero segnato per il Passo di Cigola, rifiutando deviazioni fuori traccia, ma a metà ascesa dei temuti 600 metri che ci spettavano, la traccia è svanita.
Ci siamo ritrovati, per l'ennesima volta, a combattere contro l'implacabile pendenza di un ghiaione instabile, avendo per bussola unicamente qualche sbiadito bollo rintracciato per puro caso lungo la risalita.
Siamo sbucati al Passo di Cigola a pomeriggio inoltrato; non mancava molto all'imbrunire.
Raccogliendo le energie, abbiamo deciso di correre verso Carona, potendo contare sull'abbigliamento e sull'equipaggiamento leggero che avevamo previsto proprio per questa esigenza.
Alle diciannove eravamo nuovamente al punto di partenza.
Sulle nostre spalle gravavano 31 chilometri, 3050 metri di dislivello positivo e quasi tredici ore di marcia ininterrotta.
Io stringevo a me la felicità per la cima conquistata.
Daniela, costretta a fermarsi ad appena cento metri dall'obiettivo, aveva compiuto un'impresa fisica e mentale di assoluta grandezza, degna e pari in tutto e per tutto al raggiungimento di una vetta così ostica e dimenticata.