Il Regno Di Pietra
PIZZO RONDENINO
2747 m
Alpi - Alpi E Prealpi Bergamasche - Alpi Orobie
Ci sono montagne che, pur non avendo le quote dei grandi massicci, incutono un rispetto silenzioso e vengono spesso tralasciate anche dagli appassionati più esperti.
Il Pizzo Rondenino, 2747 metri in Valle Brembana, è una di queste.
Una vetta severa che se ne sta all'ombra del più noto Pizzo del Diavolo di Tenda.
Per me, nel tempo, quella vetta era diventata un pensiero fisso, un'inaccessibile fortezza isolata, una delle ultime cime che ancora mancavano alla mia collezione nella zona.
Avevo deciso di affrontare questa salita in rigorosa solitaria.
Desideravo vivere quell'incontro con un'intensità assoluta, un faccia a faccia intimo e senza filtri con una montagna tanto agognata.
Sapevo inoltre che l'esposizione costante di gran parte dell'itinerario mi avrebbe caricato del peso e della preoccupazione per eventuali compagni di cordata.
Da solo avrei risposto unicamente a me stesso, libero di far scorrere la mia progressione senza rallentamenti, assecondando la forma fisica di un allenamento spinto al massimo.
Dopo attente riflessioni, la mia scelta era ricaduta su un canale che incide profondamente la parte centrale della parete sud, una linea austera che l'istinto mi suggeriva essere la più rapida e logica per una salita senza sicurezze.
L'incognita, però, era pressoché totale.
Di quel canale non esisteva alcuna relazione scritta, in un luogo dove persino i rari resoconti della via normale risultavano frammentari e confusi.
Solo un mio conoscente l'aveva salita un paio di volte in passato.
Da lui avevo ottenuto indicazioni minimali ed essenziali.
Su una fotografia in bianco e nero che gli avevo portato, si era limitato a tracciare a penna la linea di salita all'interno di quel canale.
Guardando quel semplice foglio di carta, il pensiero è andato a Riccardo Cassin, a quando si era presentato ai piedi della parete Nord delle Grandes Jorasses con in mano soltanto una banale cartolina.
Era un paragone azzardato, eppure era strano stringere tra le mani un pezzo di carta nell'epoca dei GPS e delle mappe digitali.
Mi sentivo un uomo degli anni Trenta, catapultato su quella parete con nient'altro che l'immaginazione e un segno d'inchiostro.
Andare in montagna in solitaria, se si sceglie di farlo con uno stile veloce e leggero, richiede prima di tutto disciplina mentale, un severo allenamento fisico e un equipaggiamento ridotto all'essenziale.
Da qualche tempo stavo sperimentando questa fusione tra le mie due passioni, correre e scalare.
Volevo muovermi in velocità, in parte per lo stile minimalista che mi affascina, in parte per puro divertimento.
Un mese prima ero salito sul Monte Sasso.
Quella cima, così vicina al Pizzo Rondenino, mi era servita per testare il nuovo equipaggiamento leggero e calibrare i tempi su buona parte del tracciato.
Ora, con quel tratto già vissuto, la logistica dell'avvicinamento non era più una preoccupazione e mi rimaneva da decifrare soltanto la salita finale al mio sogno.
Nei giorni precedenti la partenza, quando pensavo all'imminente salita, mi assillava una forte agitazione.
Avevo studiato la logistica nei minimi dettagli e l'ansia mi era rimasta incollata addosso perfino dopo l'ultima seduta di allenamento.
Eppure in fondo si impara ad amare anche quel tormento.
Chi vive la montagna intensamente sa che quell'attesa agitata non è che il segnale inequivocabile di un sogno che sta per compiersi, il brivido sottile di un progetto che da lì a breve potrebbe finalmente avverarsi.
Quando sono partito da Carona alle quattro e mezza del mattino, quell'inquietudine è svanita di colpo.
Nel buio totale, tagliato unicamente dalla luce della mia frontale, mi sentivo stranamente sereno, con la mente finalmente sgombra.
All'altezza delle cascate della Valle Sambuzza, la mia serenità è stata per un attimo interrotta.
Dal bosco sottostante è salito lo schianto improvviso di rami spezzati, un rumore sordo e violento, ben più imponente di quanto mi fosse mai capitato di udire in passato.
Non ho avuto dubbi, si trattava di un animale.
In quel periodo i giornali parlavano con insistenza del ritorno del lupo lungo l'arco alpino, e il pensiero è corso subito lì.
Mano a mano che avanzavo, però, il fragore dell'acqua che si schiantava al suolo ha inghiottito ogni altro suono, isolandomi in una bolla in cui non riuscivo più a decifrare i rumori del bosco.
Continuavo a voltarmi, a scrutare le mie spalle con il passo teso, una decina di volte o forse più, finché non mi sono imposto di scacciare quell'ansia come un timore inutile.
E, in effetti, lasciandomi la cascata alle spalle, il fragore si è affievolito e il silenzio è tornato a farsi padrone, restituendomi la calma.
All'indomani, leggendo le cronache locali, avrei scoperto che proprio in quella zona alcuni escursionisti avevano avvistato un orso; chissà se era stato proprio lui, quella mattina, a farmi accelerare il battito.
Salivo nel silenzio, superando il Rifugio Longo verso il Passo Selletta, e la fatica dell'avvicinamento scivolava via.
In quella serenità che stranamente persisteva, mentre mi avvicinavo alla base della massicciata del Pizzo Rondenino, i miei pensieri andavano dritti alla linea di salita.
Sapevo che dalla cresta precipitavano diversi canali, un disordine di roccia in cui era facile ingannarsi.
Nel buio della marcia, il mio unico timore era quello, la paura di non individuare la linea giusta tracciata su quella foto e di smarrirmi tra le rocce ancor prima di cominciare a salire sul serio.
Giunto al Passo Selletta, prima di cominciare la discesa verso la base, mi sono fermato.
Ho tirato fuori la fotografia un paio di volte, cercando di far combaciare la linea a penna con i rilievi della roccia reale.
Era un tentativo quasi frustrante.
Da quella prospettiva la parete risultava schiacciata, indecifrabile.
Ho iniziato a scendere, sperando che accorciando le distanze la via mi si rivelasse con maggiore chiarezza.
Eppure, chi va in montagna conosce bene questa regola spietata: più ti avvicini a una grande parete, più le linee di salita si nascondono, inghiottite dalle proporzioni immense della roccia.
Il sole era sorto da poco.
Mi sono ritrovato a camminare al centro di un anfiteatro magnifico, con il Pizzo del Diavolo di Tenda, il Diavolino e il Pizzo Poris a chiudere la scena.
Tra tutti i pensieri di quella mattina, l'immagine che ricordo con maggiore piacere è proprio un dettaglio di luce, il primo sole del mattino che, all'improvviso, andava a colpire in pieno la parete verticale del Pizzo Poris, accendendola.
In un contrasto di emozioni, mi sembrava di trovarmi al confine tra due mondi opposti.
Da una parte una vista grandiosa che pareva un angolo di Paradiso, e dall'altra l'incognita di una vetta che mi si parava davanti come l'entrata dell'Inferno.
Arrivato finalmente a ridosso della parete, i canali si sono mostrati in tutta la loro pendenza.
Ognuno offriva una prospettiva diversa, ma tutti apparivano ugualmente inaccessibili, proiettati verso l'alto senza lasciar intuire dove andassero a morire.
Ho consultato la fotografia ancora un paio di volte, cercando di trovare punti di riferimento in quella muraglia.
Alla fine, ho lasciato che a guidarmi fossero i miei quindici anni di esperienza in ascensioni selvagge, fuori dai sentieri battuti.
L'occhio allenato mi ha suggerito di puntare verso il canale più incassato, quello che a prima vista mi sembrava il più logico per la risalita.
Mi sono incamminato continuando a scrutare la parete, ma ormai la mia scelta era fatta.
Ho cercato nuovamente la tranquillità mentale aggrappandomi a una considerazione molto pragmatica: se si fosse rivelato il canale sbagliato, sarei semplicemente tornato sui miei passi per cercare altre possibilità.
Le tempistiche fin qui rispettate e il meteo favorevole mi rassicuravano su un eventuale errore di valutazione.
Mentre mi avvicinavo all'attacco, il mio sguardo continuava a cercare il cielo.
Nei giorni precedenti avevo studiato le previsioni in modo maniacale.
Chiamavano nuvole per il pomeriggio, e la mia paura più grande, il vero incubo in mezzo a quel labirinto verticale, era farmi sorprendere dalla nebbia.
Ma quel mattino l'azzurro è rimasto terso, immobile.
Quel cielo limpido, che mi avrebbe accompagnato per tutta la giornata, mi ha infuso una tranquillità profondissima, spazzando via l'ultimo timore.
I primi metri mi hanno accolto con ripide rampe d'erba.
Salivo con un ritmo costante, senza avvertire il morso della fatica, assecondando la pendenza.
L'istinto, prima ancora della vista, mi ha spinto a deviare leggermente, puntando verso una paretina che prometteva un'arrampicata più agile e logica.
Quando l'erba ripida ha lasciato definitivamente il posto a una lingua di pietra, ho appoggiato le mani con la consueta cautela.
E lì, l'inaspettato.
Mi ero sempre immaginato il Pizzo Rondenino come un castello di pietra sfasciata, la tipica roccia marcia e ingannevole che spesso caratterizza l'ambiente orobico.
Invece, sotto i polpastrelli, ho trovato una materia salda, incredibilmente compatta.
L'alpinismo è un equilibrio fragile, e la Natura ti presenta sempre il conto dei tuoi errori.
Il mio è stato un banale ma insidioso peccato di presunzione.
Ero partito con il mio assetto leggero, confidando nel movimento per scaldarmi, ma all'alba, con una decina di gradi e un vento teso e tagliente, avevo trascurato di coprirmi in modo adeguato.
Il freddo mi era strisciato addosso, inesorabile.
Me ne sono reso conto con durezza nel momento esatto del cambio di assetto.
Quando ho provato a ripiegare i bastoncini per liberare le mani in vista delle roccette, le mie dita erano pezzi di legno.
Erano così intorpidite e goffe che faticavo persino a far scattare i meccanismi di chiusura.
Quella perdita di sensibilità non era un semplice fastidio, ma un'ombra scura che mi ha stretto lo stomaco.
Sulla cresta, tra i vuoti che mi aspettavano più in alto, il tatto sarebbe stata la mia unica garanzia.
Avevo un bisogno vitale di mani sensibili per saggiare ogni appiglio, per capire in una frazione di secondo se un blocco era saldo o pronto a tradirmi.
Ritrovarmi con le estremità intorpidite, proprio all'inizio dell'arrampicata vera, mi ha fatto sentire improvvisamente nudo e vulnerabile di fronte alla parete.
In montagna, quando il corpo lancia un allarme, la mente ha due sole scelte: lasciarsi divorare dall'ansia o imporre la calma.
Ho scelto la seconda.
Ho respinto la preoccupazione concentrandomi unicamente sull'azione, rifiutandomi di cedere al panico.
L'unico modo per domare quel momento critico era continuare a salire.
Metro dopo metro, aggirando ostacoli e superando tratti di arrampicata su facili roccette, una nuova certezza ha iniziato a farsi strada dentro di me: avevo scelto il canale giusto.
La parete assecondava i miei movimenti.
Lentamente, il ritmo incalzante della salita ha fatto il suo dovere.
Il calore è tornato a irradiare il corpo e un formicolio vitale ha risvegliato le dita, restituendomi quella preziosa sensibilità di cui avevo bisogno.
E proprio quando le mie mani sono tornate a leggere la roccia con sicurezza, alzando lo sguardo oltre la pendenza, ho visto la linea che divideva la pietra dal cielo.
Cominciavo a intravedere la cresta.
Poco prima di affacciarmi sul filo, mi sono tornate in mente le poche ed essenziali parole di quel mio conoscente.
Mi aveva suggerito di non cavalcare subito la cresta, ma di rimanere leggermente sotto il suo profilo, traversando verso la vetta.
Ho seguito il consiglio e la montagna, fedele alle aspettative, mi ha concesso un passaggio logico e insperatamente semplice.
Poi, finalmente, sono sbucato in cresta.
L'impatto visivo è stato una folgorazione.
Mi si è spalancato davanti uno scenario di una maestosità selvaggia e paurosa, una sequenza ininterrotta di guglie aguzze, un filo frastagliato e incredibilmente ipnotico.
Era un regno di pietra assoluta, un mondo fantastico e primordiale che sembrava appartenere a un'altra dimensione.
In tutti i miei anni sulle montagne orobiche, non avevo mai visto una simile, brutale bellezza.
Di fronte a quell'abisso verticale ho provato un brivido di pura paura, durato solo un istante.
La bellezza totale di quel luogo possedeva una forza magnetica capace di placare ogni timore, trasformando la vertigine in una lucida quiete.
In quel momento, immerso in quel silenzio di roccia, ho capito con certezza di essere nel posto giusto.
Quando si parte da casa, al caldo e al sicuro, la mente viene puntualmente assalita dai dubbi.
Ti fai mille domande, ti chiedi se abbia senso andare a rischiare la propria vita inseguendo l'esposizione, specialmente quando l'età matura ti impone bilanci e riflessioni che un tempo ignoravi.
Sono interrogativi pesanti, a cui a valle è impossibile dare una risposta.
Ma lassù, di fronte a uno spettacolo del genere, ogni incertezza si dissolve.
La maestosità sbalorditiva della Natura risponde per te, facendoti capire che quello che stai vivendo ha un senso profondo.
E in quella pienezza si fa spazio una velata malinconia, un sincero dispiacere per chi è rimasto a valle.
Pensi ai tuoi genitori, ai conoscenti, a chi vive chiuso nella rassicurante routine di sempre.
Sai che non potranno mai posare gli occhi su una simile grandezza, né mai comprendere fino in fondo il richiamo che ti spinge a cercarla.
Mossi i primi passi su quel filo, un'inaspettata tranquillità ha continuato a guidarmi.
La roccia si confermava nel complesso buona.
Certo, in alcuni punti si muoveva, ma la sensibilità ritrovata nelle mani mi permetteva di saggiarla continuamente, blocco dopo blocco, senza margine di errore.
A vista, la cresta si manteneva impressionante, a tratti spaventosa, eppure, passo dopo passo, mi rendevo conto che era un ostacolo fattibile.
A rassicurarmi c'era anche la conformazione stessa della montagna.
A ogni tratto impegnativo ed esposto seguivano provvidenziali punti di sosta, terrazzini naturali in cui potevo fermarmi, respirare e, soprattutto, resettare la mente in vista dei passaggi successivi.
Tutto è scorso in questo equilibrio fino a quando mi sono ritrovato al cospetto della parte finale, la cuspide della vetta.
Alzando lo sguardo su quell'estremo baluardo, sono rimasto letteralmente paralizzato.
Sembrava del tutto inscalabile.
A incutere maggiore repulsione era la parete laterale della cima, una placca liscia e compatta che rifletteva la luce del sole quasi come uno specchio.
Quel riverbero glaciale restituiva una sensazione di precarietà assoluta, dilatando il senso di vuoto e facendola apparire, agli occhi e alla mente, molto più respingente di quanto probabilmente non fosse nella realtà.
Eppure, il mio modo di concepire l'alpinismo si basa da sempre su una logica ferrea: procedere un passo alla volta.
Quando arrivo a ridosso delle difficoltà, valuto con lucidità l'impegno necessario per avanzare e, contemporaneamente, verifico se sia semplice tornare sui miei passi.
È questa precisa garanzia, la certezza di poter sempre invertire la marcia, che mi convince ogni volta a spingermi oltre e a continuare l'esplorazione.
Con questo pragmatismo ho affrontato la cuspide finale.
Come spesso accade, la montagna da vicino si è rivelata più clemente.
Accorciando le distanze, ho trovato con inaspettata facilità i passaggi giusti, snodandomi in un labirinto di creste affilate, placche inclinate e piccoli canalini rocciosi.
Man mano che salivo, una felicità irrefrenabile ha iniziato a montarmi dentro.
Capivo che la roccia era mia amica e che mi aveva permesso di passare.
Ormai ce l'avevo fatta, e così fu.
Sono arrivato in vetta.
Lì, in balia di un'emozione incontrollabile, ho fatto un gesto che in tutti i miei anni di salite non mi era mai appartenuto: ho applaudito a me stesso.
Poi, d'istinto, mi sono avvicinato all'ometto di pietre che segnava la cima e l'ho baciato.
Ero finalmente lassù, sul Pizzo Rondenino, la vetta che da tanti anni sognavo e che non avrei mai pensato di poter raggiungere.
Il respiro ha iniziato a calmarsi e la memoria è corsa ai miei primi anni di montagna, a quando, dal fondo valle, guardavo quelle cime maestose.
Mi chiedevo se un giorno sarei mai stato in grado di salirle, osservando da lontano gli alpinisti con ammirazione e timore reverenziale.
Ed ora eccomi lì, in piedi su una delle montagne più ostiche della mia Valle Brembana.
Girando lo sguardo, potevo ammirare a trecentosessanta gradi tutte le vette intorno, montagne che in tutti quegli anni di avventure avevo scalato, una dopo l'altra, silenziose compagne di una vita.
Prima di iniziare la discesa, ho salutato la cima ringraziandola per la salita, un rito personale che ripeto su ogni vetta.
C'era una leggera ansia all'idea di dover ripercorrere a ritroso i tratti più esposti, ma è bastato rimettere le mani sulla roccia per farla svanire.
Mi sentivo a mio agio, profondamente nel mio elemento.
In quegli istanti ho avuto la netta consapevolezza di essere nato per questo.
La sezione rocciosa è filata via liscia.
Per la discesa nel canale, invece, ho dovuto affidarmi alla traccia registrata all'andata con il mio orologio Garmin.
Dall'alto faticavo a ritrovare i passaggi più deboli.
La montagna aveva invertito le regole.
Mi ha fatto sorridere il singolare contrasto di questa avventura: aver raggiunto la cima guidato da una fotografia stampata su un pezzo di carta, e dovermi poi affidare alla tecnologia per tornare alla base.
Giunto alla fine del canale, ho rivolto un ultimo sguardo al Pizzo Rondenino e mi sono diretto a passo svelto verso il Passo Selletta.
Lì mi sono spogliato dei panni dell'alpinista.
Un rapido cambio di assetto, di nuovo in tenuta da corsa, e in appena quarantacinque minuti ero di ritorno a Carona.
Quando affronto la montagna con questa spinta e velocità, mi ritrovo inevitabilmente rinchiuso in una bolla, sospeso in un mondo parallelo.
La rapidità dell'azione non lascia lo spazio mentale per metabolizzare nell'immediato ciò che ho appena compiuto.
Ma l'esperienza mi ha insegnato una verità preziosa: le emozioni più intense non esplodono subito.
Busseranno alla mia porta a piccole dosi, nei giorni a venire.
È forse questo il modo più autentico di assaporarle, centellinandole per non bruciarle nell'euforia di un solo istante.
Sono proprio queste le esperienze che forgiano l'animo e affinano la consapevolezza di sé, in quell'arte severa che è l'andare in montagna.
A chi, dal fondo valle, mi chiede con scetticismo cosa io vada a cercare lassù, non posso che rispondere con il silenzio.
Ringrazio la Natura per avermi concesso il privilegio di vedere e vivere realtà che la maggior parte delle persone non riesce nemmeno a immaginare, emozioni così profonde che nessuna fotografia potrà mai realmente restituire.
Per un istante, lassù, ho vissuto in un mondo fatto di roccia.
Un regno fantastico, quasi fiabesco, che purtroppo le parole faticano a tradurre per chi è rimasto ancorato alla pianura.
Ma forse è proprio questa difficoltà nel raccontarlo a renderlo ancora più mio: un momento intimo, che attendo solo di poter rivivere nella prossima avventura.