Là Dove La Roccia Diventa Follia
PIZZO DELLE OROBIE
2340 m
TORRIONE DEL PIZZO DELLE OROBIE
2300 m
PIZZO DELL'ORTO
2276 m
Alpi - Alpi E Prealpi Bergamasche - Alpi Orobie
Con l'arrivo dell'autunno nasce sempre in me il desiderio di programmare qualche uscita più quieta del solito.
In parte per non subire d'impatto lo shock del primo brusco calo delle temperature, in parte per godermi con serenità l'incendio di colori che la Natura regala in questo magico periodo dell'anno.
Con questa premessa ho proposto alla mia compagna Daniela un anello dal carattere prettamente escursionistico nella conca dei Laghi Gemelli, in Valle Brembana.
Ma la vera ragione che si celava dietro quell'uscita all'apparenza tranquilla era un'altra.
Una decina d'anni prima, percorrendo la traversata che dal Pizzo delle Orobie conduce al Pizzo dell'Orto, avevo incrociato per la prima volta lo sguardo con una magnifica cattedrale di roccia in miniatura: il Torrione del Pizzo delle Orobie.
Si tratta formalmente di una cima secondaria, un prolungamento naturale della cresta ovest del Pizzo delle Orobie, eppure possiede un'estetica così fiera e slanciata da dominare letteralmente la scena.
All'epoca mi ero avvicinato per studiarlo, ma avevo finito per giudicarne impossibile l'ascesa, frenato tanto dal mio bagaglio d'esperienza ancora acerbo quanto dalla scarsità di informazioni tecniche reperibili su quella salita.
Da quel giorno avevo custodito quel piccolo torrione nel cassetto più intimo del cuore, in attesa del momento propizio per riaprirlo.
E ho sentito che quel tempo era finalmente maturato proprio in questa stagione.
Galvanizzato dalle recenti e intense ascensioni al Pizzo Rondenino e al Pizzo dell'Omo, ho deciso di tentare di depennare anche questa gemma dal ristretto elenco delle cime che ancora mi restano da salire nella mia Valle Brembana.
Il piano prevedeva una normale escursione fino alla vetta del Pizzo delle Orobie, dalla quale avremmo poi disceso la cresta ovest per permettermi di tentare il torrione in solitaria.
Sulla carta le difficoltà tecniche non superavano il II grado, ma l'intera progressione si sviluppava su roccia instabile e con un'esposizione totale su ogni versante, di un'intensità tale che raramente mi era capitato di affrontare nella mia attività in montagna senza corda.
Una volta conclusa la mia parentesi alpinistica, avremmo chiuso l'anello salendo al Pizzo dell'Orto, vetta che, insieme al Pizzo delle Orobie, mancava ancora all'appello delle conquiste di Daniela.
Nel giro di un paio di giorni dalla decisione, alle sette del mattino ci siamo ritrovati alle Baite di Mezzeno, a Roncobello.
Abbiamo guadagnato rapidamente quota verso il Passo di Mezzeno e il Passo del Tonale sotto una volta celeste limpidissima, ammaliati dalle calde sfumature autunnali che vestivano il paesaggio.
Da lì abbiamo raggiunto senza alcun intoppo la cima del Pizzo delle Orobie.
Dalla vetta, il Torrione del Pizzo delle Orobie si è svelato in tutta la sua severa grandiosità.
Era una bellezza da far correre i brividi lungo la schiena: paretine d'accesso verticali, crestine aguzze come lame e il castello sommitale che si slanciava ardito contro il cielo.
Alla sola vista l'agitazione aveva già iniziato a salire, alimentata da un'insidia concreta che si è palesata immediatamente ai nostri occhi.
Nei giorni precedenti una leggera spruzzata di neve aveva imbiancato le cime e, nei recessi in ombra, sopravvivevano ancora ostinate chiazze ghiacciate.
La cresta di raccordo che calava dal Pizzo delle Orobie verso il torrione giaceva parzialmente nell'ombra, e il timore di dover battere in ritirata prima ancora di cominciare ha iniziato a farsi largo con insistenza nella mia mente.
Mi sono affacciato subito sul ciglio della vetta per scrutare dall'alto l'intera linea di discesa.
Per quel poco che la prospettiva lasciava intuire, i passaggi chiave apparivano puliti.
Abbiamo mosso i primi passi verso il basso con estrema cautela e, metro dopo metro, abbiamo maturato la certezza che il tratto era percorribile.
E così fu: quasi senza rendermene conto, mi sono ritrovato al cospetto di quella paretina d'attacco che avevo vagheggiato per lunghi anni fin dal nostro primo incontro.
Per poter posare le mani sulla roccia, tuttavia, occorreva calarsi nel fondo di uno stretto intaglio, un canale immerso nell'ombra più totale.
La neve lo aveva risparmiato, ma sulla pietra viva si stendeva un sottilissimo e insidioso velo di verglas, un'ulteriore ombra d'inquietudine che andava a insinuarsi nei miei pensieri.
Le rarissime relazioni scovate raccomandavano con fermezza di affrontare il torrione esclusivamente con roccia asciutta, e invece ero lì, al suo cospetto, tra frange di neve e riflessi di ghiaccio.
L'unico appiglio a cui aggrappare la mia calma era la vista della cresta superiore, che in quel preciso istante si trovava interamente baciata dal sole.
Sono sceso con estrema delicatezza nell'intaglio; le mani erano già gelate e il cuore mi martellava nel petto.
Poco sopra di me, ferma in un fazzoletto di sole, Daniela cercava di infondermi tranquillità, studiando la roccia e indicandomi a voce i passaggi più logici.
Finalmente ho toccato la parete e, con mio grande stupore, i polpastrelli hanno incontrato una generosa sequenza di appigli e gradini.
L'ho superata con slancio, ho attraversato un brevissimo tratto pianeggiante ma delicato e sono andato ad affrontare un secondo salto roccioso, più contenuto del precedente.
Mi sono raddrizzato sui piedi, ho alzato lo sguardo davanti a me e sono rimasto totalmente paralizzato.
Mi sono ritrovato faccia a faccia con il mio peggior incubo in montagna: una cresta strettissima, il vuoto assoluto a destra, il vuoto assoluto a sinistra, nessun appiglio su cui assicurare le mani e l'incognita più totale sulle difficoltà che mi attendevano oltre.
A rendere il quadro ancora più severo, la pietra era velata da una sottile patina di brina.
Sono rimasto immobile per lunghi istanti, con gli occhi fissi su un minuscolo ciuffo d'erba che imprigionava il suo verde sotto una corazza di ghiaccio vetrificato.
Ho abbassato d'istinto il baricentro, come faccio sempre quando sento affiorare la morsa del panico, e mi sono imposto di fare silenzio e serenità nella mente.
Ho raccolto il coraggio e ho ripreso ad avanzare, mantenendomi il più possibile schiacciato sul filo di pietra.
Sapevo che il tratto chiave doveva ancora manifestarsi, ed eccolo pararsi improvvisamente davanti a me.
La cresta si assottigliava in modo estremo, riducendosi a una successione di semplici lame verticali e affilate.
Il primo pensiero che mi ha attraversato la mente è stato quasi incredulo: mi sono chiesto come avesse potuto passare di lì chi mi aveva preceduto, domandandomi se non fossero altro che dei folli aspiranti suicidi.
Avanzando con una cautela millimetrica, ho notato però che sul fianco sinistro delle lame, appena più in basso e sospesi nella massima esposizione, si disegnavano dei provvidenziali appoggi per i piedi.
Attingendo a quel briciolo di sangue freddo che mi era rimasto, ho poggiato le suole con una leggerezza estrema e ho saggiato con le mani la tenuta delle lame instabili.
Pochi passi sospesi nel vuoto ed ero oltre.
Subito nella mente è balenato il pensiero che ogni singolo movimento appena compiuto avrebbe dovuto essere ripercorso a ritroso al ritorno.
Ma non ho avuto nemmeno il tempo di lasciarmi appesantire da quel calcolo: la vista del torrione finale ha spezzato di colpo ogni mia speranza di toccare la cima.
Appariva troppo verticale, troppo esposto, avaro di qualsiasi presa.
Ancora una volta sono ricorso col pensiero a quegli audaci pazzoidi che erano passati di lì prima di me; è stato grazie al loro invisibile esempio se mi sono imposto di fare ancora un passo avanti, ostinato a decifrare ciò che i loro occhi avevano colto e che ai miei stava ancora sfuggendo.
Ed eccoli lì, i passaggi.
Una lama sporgente nel vuoto più totale permetteva di guadagnare appena un metro in verticale.
Un solo, decisivo metro che mi avrebbe permesso di puntare il piede su una minuscola zolla di terra bruna per poi artigliare con le mani la roccia viva del blocco sommitale.
Erano gli unici elementi concessi dalla parete, non esistevano alternative.
Ho eseguito con assoluta concentrazione la sequenza di movimenti premeditati e, in un attimo, ero su.
Non mi sono concesso il lusso di assaporare il momento: l'agitazione era ancora troppo viva.
Ho rispettato il mio rito ringraziando in silenzio la cima per avermi lasciato passare e ho iniziato immediatamente la discesa, spinto dal timore di smarrire nella memoria la sequenza esatta dei passaggi appena studiati.
Mi sono calato dalla cuspide terminale, ho rimesso i piedi sul filo della cresta e, d'improvviso, una quiete profonda è scesa dentro di me: sentivo con assoluta limpidezza di essere nel posto giusto, mi sentivo a casa nel grembo della Natura.
Ogni tensione si era dissolta, avvertivo che la montagna mi aveva accettato.
Ho ripercorso a ritroso l'intero itinerario di cresta con passo sicuro, senza più percepire l'ombra di una difficoltà.
In breve tempo mi sono ricongiunto a Daniela, che mi ha mostrato gli scatti rubati da lontano mentre ero sospeso lassù: solo guardando quelle immagini ho realizzato davvero la portata di ciò che avevo appena compiuto.
La soddisfazione era immensa, accompagnata dalla consapevolezza di aver quasi portato a compimento il percorso di una vita intera tra le montagne di casa; le vette che ancora mancano al mio appello si contano ormai sulle dita di una mano.
La mattinata è scivolata così verso la sua conclusione, tra la salita al Pizzo dell'Orto e il lungo sentiero del ritorno, immersi nella più assoluta solitudine e riscaldati nell'animo dai meravigliosi colori che l'autunno, fedele, ci regala ogni anno.